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14/04/2014

Le Regioni e le riforme costituzionali - Incontro a Roma presso la Camera dei Deputati.

I Presidenti delle Regioni, delle Assemblee e gli eletti dei Consigli regionali condividono la necessità di dare concreta attuazione in tempi brevi al processo di riforma in corso e intendono fornire, in uno spirito di leale collaborazione, il proprio contributo al progetto di revisione dell' architettura costituzionale che richiede - per la maturità e la sensibilità del dibattito in corso - la più ampia cooperazione tra i soggetti costitutivi della Repubblica.

In estema sintesi è questo l'obiettivo il tema dell'importnate incontro che si è svolto oggi a Roma presso l'Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati tra i membri della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative e quella delle Regioni e delle Province Autonome, al quale è intervenuto il Presidente del Consiglio regionale del Piemonte Valerio Cattaneo.

Ecco un estratto del suo intervento:

"Pur in una situazione di carattere eccezionale, in quanto mancano poche settimane alle elezioni regionali, anche il Piemonte ha voluto concorrere a questo importante momento di confronto tra le Regioni sul tema fondamentale delle riforme istituzionali.

Nella seduta d'Aula del 2 aprile scorso vi è stato un ampio confronto, partendo dal documento elaborato congiuntamente da Giunte e Consigli, con l'espressione anche di posizioni legittimamente diversificate. Naturalmente mi rifaccio ai contenuti del documento che oggi viene portato all'attenzione del dibattito, senza ribadire gli elementi sui quali si registra una più ampia condivisione. In primo luogo, osservo positivamente non solo l'accelerazione impressa dal Governo, dopo una discussione che si protrae ormai da troppo tempo, ma anche il fatto che il tema del superamento del bicameralismo perfetto - di cui si discute da un trentennio - sia abbinato alla revisione del Titolo V della Costituzione, a 13 anni ormai dalla riforma del 2001, avendo potuto constatare le molte disfunzioni dell'assetto che si è venuto configurando.

Le Regioni, singolarmente e nel loro complesso, non possono certamente essere annoverate tra i "frenatori" di una riforma che ottenga un risultato di maggiore efficienza dell'intero sistema pubblico, semplificando e chiarendo le responsabilità tra i diversi livelli di governo, offrendo il contributo che la Pubblica Amministrazione può e deve consegnare alla modernizzazione del Paese.

Uno degli elementi in discussione è certamente quello del ruolo e della configurazione che dovrà assumere il nuovo Senato delle Regioni e delle Autonomie. Se questa Camera deve essere espressione del mondo delle Autonomie, appare congruente alla scelta che venga formata con un'elezione di secondo grado, in modo che siano gli Enti sul territorio, essenzialmente le Regioni e i Comuni, a esprimere i componenti dell'assemblea. Molto meno condivisibile la scelta di inserire componenti nominati, non tanto per il soggetto che nomina, ma perché non si comprende bene quale rappresentanza dovrebbero esprimere tali personalità, in una sede, appunto, destinata a dare voce ai territori e alle Autonomie. Al Senato, oltre alle competenze in materie attinenti Regioni ed Enti locali, si devono però riconoscere anche competenze "forti", ad esempio in materia di riforme costituzionali, nella nomina delle autorità di garanzia, con poteri di veto e di controllo effettivi.

Venendo invece al tema dell'articolo 117, mi preme sottolineare come sia imprescindibile una migliore definizione dell'intreccio di competenze tra Stato e Regioni, all'insegna della chiarezza. Non vi debbono essere più aree grigie e si deve fare in modo che a ogni Istituzione sia affidata una precisa responsabilità. E' indubbiamente vero che alcune materie assegnate nella Riforma del 2001 alla competenza concorrente possono e debbono essere ricondotte all'esclusiva competenza statale, per evitare eccessive disarmonie nella regolazione (penso ad esempio alla materia dell'energia). Tuttavia, non dovrebbe passare il messaggio che tale riordino venga visto come un disegno, una strategia neo-centralista, perché indubbiamente, se parliamo di inefficienze e difficoltà di intervento, dallo Stato non vengono esempi migliori di quelli delle Pubbliche Amministrazioni regionali, anzi!

Su questo tema merita di osservare che, rispetto alla Riforma del 2001, non ha trovato alcuna pratica attuazione il regionalismo differenziato previsto all'articolo 116 terzo comma. E' stata, a mio avviso, un'occasione perduta - probabilmente anche per responsabilità delle Regioni, e complici la crisi economica e le grandi difficoltà finanziarie nel frattempo intervenute - ma penso che nel processo di riforma attuale non si debba abbandonare, anzi debba essere rafforzata, l'ipotesi di un regionalismo differenziato, che consentirebbe di valorizzare le specificità e le caratteristiche di singoli territori, responsabilizzando maggiormente la classe politica regionale.

Sul tema più ampio della riforma del sistema pubblico, infine, mi siano consentite due osservazioni. Pur nel rispetto e la specificità del nostro Paese, ovvero "l'Italia dei Comuni", ritengo che un disegno federalista e regionalista autentico resterà sempre monco, se alle Regioni non saranno assegnate precise e qualificate competenze in materia di ordinamento degli Enti locali. Il rapporto con il sistema delle Autonomie è il classico esempio di competenza a titolarità regionale, magari in un quadro legislativo stabilito a livello nazionale, ma con ampi margini di manovra e di adattamento alle specificità locali. Penso ad esempio a un Piemonte con 1.200 Comuni, di cui 900 con meno di 1.000 abitanti.

L'ultima osservazione, e concludo, sia detto senza alcun spunto polemico, ma proprio in questa sede parlamentare che oggi ci ospita, è che considero fortemente imbarazzante - non trovo altro termine - che il disegno di legge costituzionale del Governo pretenda di inserire addirittura in Costituzione il divieto di assegnare fondi ai Gruppi consiliari, che fanno parte di Assemblee con potere legislativo. Le singole Regioni potranno senz'altro procedere in tal senso e, anzi, il Piemonte lo ha già fatto con una legge approvata la scorsa settimana, che azzera completamente i fondi di funzionamento dei Gruppi. Ma ritengo fuori luogo che tale norma venga imposta dal Parlamento - e lo dico in questa sede della Camera dei Deputati, di cui mi onoro di aver fatto parte - dando l'impressione che questa norma sia l'ennesimo tentativo della classe politica nazionale di puntare il dito sulle Regioni, consegnandole all'opinione pubblica come un capro espiatorio, senza che da parte del Parlamento sia stato dato un analogo segnale di disponibilità alla riduzione dei cosiddetti costi della politica, con l'azzeramento dei fondi ai Gruppi parlamentari e con l'introduzione di elementi di trasparenza nella gestione di tali risorse."

 

 

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